Lo spartiacque nella carriera di ogni avvocata e avvocato

Nel post di oggi parlo di come gli avvocati di successo siano sempre sul pezzo, capaci di grandi intuizioni, di dedicare attenzione assoluta al proprio interlocutore ma senza mai perdere di vista il quadro d’insieme o i loro obiettivi. Ma qual è il loro segreto? Sono macchine perfette e inesauribili? No, hanno compiuto, in un momento cruciale della loro carriera un cambio di paradigma, a volte inconsapevolmente, che gli ha permesso di superare i limiti con cui tutti noi iniziamo la carriera di professionisti. Oggi ti spiego come hanno fatto e, soprattutto, come puoi farlo tu o farlo fare alle tue colleghe e ai tuoi colleghi di studio.
 

Partiamo dagli obiettivi

Ti sei mai chiesto perché alcuni avvocati abbiano successo e altri no? Per successo intendo che si realizzano professionalmente esprimendo il loro pieno potenziale venendo anche riconosciuti dal mercato.
 
Perché alcune persone diventano partner, equity, originator, leader se non addirittura fondatori e guida di grandi studi e altre “restano” ottimi avvocati o addirittura tradiscono le aspettative? Considera che stiamo parlando di persone che, per essere entrate in studi importanti, avevano le carte in regola: i risultati accademici, le lingue, la determinazione e spesso gli si riconosceva anche il talento necessario…
 
E tu? A che punto sei della tua carriera? Sei arrivato a raggiungere gli obiettivi che ti eri posto? O senti, dopo essere cresciuto i primi anni, di aver raggiunto plateau che non riesci a superare? O ti senti ancora in cammino? Magari negli anni hai alzato l’asticella, o l’hai spostata del tutto…
 
Io ho iniziato la mia carriera da professionista con un’idea stereotipata di quale dovesse essere la mia carriera, poi nel tempo ho prima rifinito e poi completamente ridisegnato la mia visione e miei obiettivi. Oggi so chiaramente che per me successo vuol dire avere l’opportunità di esprimere il mio potenziale sui mandati e per i clienti ideali per me! Nel caso specifico, altri professionisti, avvocati, e studi associati che volgiano realizzare il proprio potenziale appieno.
 
Questo vuol dire che mi sento arrivato? ASSOLUTAMENTE NO! La verità, che immagino abbia scoperto anche tu negli anni, è che un professionista non arriva mai. Ed è proprio questo il problema! Se da junior avevamo l’ambizione, ma forse era più un bisogno o desiderio, di sapere tutto, di essere sicuri, negli anni abbiamo scoperto che quella sicurezza è una chimera; perché c’è sempre un altro livello di complessità da cogliere e fare proprio…
 
Che sia un approfondimento di una determinata materia, una nuova nicchia del mercato che serviamo, o che siano gli aspetti legati alla creazione e gestione di uno studio e delle persone coinvolte nel progetto, un professionista non si potrà mai dire completo, perfetto, finito…
 
E allora perché smettiamo di crescere? Perché alcuni addirittura rinunciano o vanno in burn-out?
Perché non riescono a compiere il cambio di paradigma indispensabile per correre una gara infinita. Si tratta tipicamente di quelle persone che hanno fissato obiettivi chiarissimi, come insegnano i “formatori”, obiettivi SMART -S = Specific (Specifico) M = Measurable (Misurabile) A = Achievable (Realizzabile) R = Relevant (Rilevante) T = Time-based (Temporizzabile)-. Il problema è che queste sono belle teorie, ma hanno poco a che fare con la vita e la carriera vere di un/a professionista. Ecco che quello che serve è
 

un cambio di paradigma

il passaggio da una cultura del controllo a una cultura della cura

 
Mentre immagino che non ti sia difficile decifrare cosa io intenda per “cultura del controllo”, forse ti risulta più criptico o aperto a interpretazioni varie la “cultura della cura”. Provo a esplicitare entrambe con due di esempi (nomi e riferimenti identificativi sono modificati).
 

La cultura del controllo

Quando Nicola si rivolge a me è appena rientrato in un grande studio dopo un passaggio di qualche in una boutique, importante ma di dimensioni ridotte. È molto preoccupato perché sente forte la pressione dell’aspettativa in termini di origination. Nella sua carriera si è sempre concentrato sul perfezionare e allargare le sue competenze, essendo fermamente convinto che se fosse diventato, se non il migliore, un grande esperto, il lavoro avrebbe trovato lui. Il problema è che la sua strategia per raggiungere la “perfezione” professionale lo ha nel tempo reso molto serio, sempre meticoloso e ansioso di dimostrare di sapere tutto, rendendolo di fatto rigido anche sul piano umano. Prima di lavorare con me aveva provato a rivolgersi a esperti e formatori di marketing e business development, ma non era riuscito a mettere in pratica nulla di quello che gli avevano insegnato, a parte buttare via i soldi per un’iscrizione a un golf-club.
 
Antonella è una professionista su cui lo studio ha molto investito, un percorso accademico eccellente, un’importante esperienza all’estero e una solida competenza; ma dopo la recente nomina a partner appare sempre in affanno. Nonostante abbia un team di associate e praticanti a sua disposizione sembra non riuscire a delegare il lavoro e a dedicarsi allo sviluppo del suo nuovo ruolo. Se continua così, prima o poi diventerà un costo insostenibile per lo studio. Anche in questo caso i corsi sulla leadership, la gestione del tempo e dello stress non hanno portato alcun ritorno dell’investimento. Quando la incontro vedo una donna in grande difficoltà, che lavora più che mai, ma continua a perdere terreno…
 
Un professionista che smette di crescere, è un professionista in declino!
 
Quando la cultura, la strategia, del controllo raggiunge il plateau, infatti, non ci fa fermare. Ci fa inesorabilmente scivolare indietro.
 

Il passaggio alla cultura della cura

La prima cosa che abbiamo dovuto fare con Nicola è stata smantellare l’idea che stesse sbagliando il cosa. Non si trattava di rinunciare all’idea che diventando bravo avrebbe attratto lavoro per sposare la via del “rainmaker” che si divide tra campi di golf e cocktail dell’alta società. In verità, anni di lavoro con professionisti di successo molto diversi tra loro, mi hanno insegnato che non esiste LA strategia giusta in assoluto, ma la strategia giusta PER ME! Ma prima di parlare di strategia abbiamo dovuto recuperare il ME, la persona, Nicola. Ecco che il lavoro non è stato quello di insegnare, ma quello di riscoprire, insieme, la sua unicità, quello che gli da gioia e che lo fa sentire vivo. Un lavoro fatto di azione, di esercizi di respirazione e di auto-osservazione che nel tempo ha permesso a Nicola di esprimersi come persona, oltre che come professionista competente, e di arrivare, guarda caso, ai clienti, con autenticità, sul lavoro, come contro-parte, ai convegni, non sui campi da golf o attraverso qualche tecnica da venditore…
 
Antonella sta attraversando una fase fisiologicamente critica per i neo partner degli studi legali: dover garantire l’execution di mandati complessi, in capo al partner senior o all’head of practice, se non al managing partner, a seconda che sono alla sua portata ma che appaiono troppo complessi o delicati per le persone più junior; soprattutto quando il cliente non è il tuo… Per prima cosa Antonella ha dovuto capire esattamente cosa la rendesse brava, attraverso un assessment, poi ha potuto identificare le competenze e i bisogni formativi nel suo team. Insieme abbiamo elaborato strategie di formazione on-the-job personalizzate per le varie persone. Spostando il focus dal controllo delle esecuzione alla cura di sé e delle persone del team abbiamo, quasi paradossalmente, reso estremamente più efficiente proprio la delivery e quindi liberato spazio per sua crescita professionale che a quel punto ha ripreso ad essere all’altezza delle aspettative dello studio che aveva e ancora investe su di lei.
 
Per alcuni professionisti questo passaggio da una strategia all’altra, o cambio di paradigma, avviene naturalmente. Purtroppo però sono in pochi ad esserne consapevoli.
 
Mi spiego meglio: conosco molti senior e managing partner che nei fatti vivono la cultura della cura, di sé e del tema, ma che a parole continuano a elogiare la cultura del controllo. Allora sento dire “un avvocato deve sempre sapere tutto” o “devi fare come me e farti il culo…” a persone che, nei fatti, fondano la loro sicurezza sulla consapevolezza che non possono sapere tutto, ma che hanno la capacità di apprendere tutto perché si conoscono e sanno come funzionano. Intuirai come questo sia un problema: senza volerlo, infatti, si fanno promotori di un approccio che inibisce l’espressione del potenziale dei professionisti di studio, e di fatto la realizzazione del potenziale del loro progetto!

In sintesi

La cultura del controllo, del tenere duro, dello stringere i denti, del “sono una macchina e devo guidarmi ed eventualmente ripararmi”, è tipica di chi è determinato e motivato ad avere successo; ma ha dei limiti... ci rende rigidi e quindi, paradossalmente, fragili, perché più siamo duri, meno ci pieghiamo, più, prima o poi, ci spezziamo.

La cultura della cura, invece, lavora sul renderci flessibili e adattabili; non si tratta di controllare il nostro potenziale ma di espanderlo armonicamente... senza rinunciare alla nostra motivazione e determinazione, ma rieducandole.

Negli anni, come psicologo del lavoro, assessor e coach, con focus specifico su avvocate, avvocati e studi legali, ho individuato non solo le due caratteristiche che distinguono tutti gli avvocati di successo, a prescindere dalle differenze individuali e di contesto operativo, ma ho anche identificato come aiutare i miei clienti a prevenire o SUPERARE QUEL FRENO ALLA POSSIBILITÀ DI REALIZZARSI. Per altro questo ha aiutato non solo il singolo professionista, ma anche i rispettivi studi, a beneficiare dell'espressione del pieno potenziale del proprio socio, trasformando un freno e costo in una fonte di grande valore.

QUALI SONO I TRE PASSAGGI CHIAVE?
1. Cambiare i parametri di valutazione
2. Spostare il focus dagli errori ai successi
3. Aumentare e soprattuto allenare la propria consapevolezza
 

Tre passi per il cambio di marcia

 
E quindi? Come si genera questo cambio di paradigma? Con tre passaggi che ora ti presento.
 
  1. Abbandonare la cultura dello standard: mentre all’inizio di una carriera avere delle procedure chiare e dei role model è importante, già dopo i primi anni diventa un ostacolo. Orientarsi a modelli teorici o imitare lo stile personale di un senior non fa che costringerci in una forma che non ci appartiene e che non ci permette di esprimere la nostra unicità, il nostro valore aggiunto.
  2. Scoprire chi siamo e come funzioniamo: un aspetto implicitamente legato al primo punto è che, se ci orientiamo a uno standard, tenderemo a definirci per difetto; ovvero, quanto siamo distanti dall’ideale. Ma noi dobbiamo imparare a conoscere la nostra unicità: come funziona il nostro cervello, non quello umano, ma proprio il nostro, il mio di Paolo, il tuo e quello delle persone con cui lavori. Ognuno di noi ha modi personali di percepire, elaborare e comprendere il mondo; se impariamo a conoscere il nostro, saremo in grado di massimizzare la nostra capacità di apprendimento e di orientarci in situazioni e con persone nuove (immagino tu abbia riconosciuto le due caratteristiche dell’avvocata e dell’avvocato di successo: auto-consapevolezza e capacità di apprendere e entrare nelle situazioni). Su questi punti si lavora con assessment e development centre qualitativi.
  3. Espandere il proprio potenziale: qui non stiamo parlando di acquisire, ma di saper contenere impulsi e spinte a reagire che sollecitati da eventi esterni nascono dalla nostra storia personale. Pensa a quando ti viene da scattare, ti sale il sangue alla testa, o ti senti ferita/o o triste. Spesso pensiamo che dipenda da qualcosa che qualcuno ci ha fatto o detto, ma in realtà, quelle parole e quel gesto sollecitano qualcosa di nostro, una ferita antica, che proprio perché ci sembra non c’entrare ignoriamo. Controllare le emozioni, schiacciarle e inibirle, alla lunga, non funziona. Più siamo esposti a pressioni e stress, più dobbiamo passare da una gestione rigida a una gestione morbida, che contiene, senza farci perdere la testa. Non si tratta di un lavoro terapeutico, ma di “presenza” e consapevolezza. Potremmo paragonarlo allo stretching e allenamento mentale dell’atleta. La nostra arma più preziosa in questo caso sarà la respirazione consapevole. Se ci pensi, la respirazione è un fenomeno essenziale per mantenerci presenti, lucidi ed efficaci, avviene automaticamente ma si inceppa proprio nei momenti critici. Speso diciamo che ci manca il fiato, sia in positivo sia in negativo… con gli esercizi di respirazione consapevole lavoro per allenare i miei clienti a mantenere la respirazione ideale anche e soprattutto nei momenti più critici, per noi.
 
Al solito sono andato lungo… e avrei ancora molto da dire per approfondire il tema.
 

Ti faccio una proposta

se t’interessa approfondire ulteriormente, di persona, il nostro studio ha tre progetti pro-bono, su tre temi chiave, per i quali usiamo proprio le tecniche e gli approcci a cui faccio riferimento in questo post. Puoi scegliere il tema più interessante per il tuo studio e candidarlo a un intervento tra quelli proposti. Considera che ogni socio del nostro studio ha 100 ore all’anno dedicate a progetti pro-bono, quindi potremo accogliere un numero importante ma comunque limitato di richieste. Per candidarti vai sul nostro sito o scrivi direttamente a me.
 

I progetti pro-bono del nostro studio:

 
Progetto Billy Elliot: coaching e workshop per uomini che vogliano formarsi come diversity & inclusion advocate
 
Work In Progress: un sostegno per manager e professionisti in crisi professionale
 
Be The Change: a supporto persone, con qualsiasi ruolo organizzativo, che vogliano promuovere la cultura delle Benefit Corporation nella loro azienda o nel loro studio
 
Saremo lieti di incontrarvi per presentarvi nel dettaglio i nostri progetti e realizzarli per la vostra organizzazione; contattateci direttamente
 
 
 
Come al solito, Se hai dubbi, domande o vuoi propormi un tema o argomento per le prossime newsletter, mandami una mail o chiamami,
 
a presto,